Ricor­do di Vit­to­rio Foa

E nel­la stes­sa clas­se di Pajet­ta sede­va davan­ti a me nel­la cor­sia di cen­tro in pri­ma e poi in secon­da un “can­no­ne”, Vit­to­rio Foa, che in secon­da fece “il ful­mi­ne”, pas­san­do in ter­za a luglio per scru­ti­nio con l’otto di media, e a otto­bre con­se­guen­do la matu­ri­tà fra i pri­mi clas­si­fi­ca­ti, ebbe­ne io lo conob­bi sì e lo apprez­zai per intel­li­gen­za, appli­ca­zio­ne, por­ta­men­to da pic­co­lo gen­ti­luo­mo, ma fuo­ri di lì nien­te, alla “ban­da” dei miei non s’aggregò per nul­la, e un bel dì cosa suc­ces­se? che Leo­ne Ginz­burg, già lau­rea­to, pri­ma di par­tir nel 1932 per Pari­gi con quel­la bor­sa di stu­dio, ven­ne da me e mi dis­se fra l’altro “… duran­te la mia assen­za per qua­lun­que cosa far capo a Vit­to­rio Foa, lo ricor­da?”; ricor­da­vo sì, ma… non avrei mai cre­du­to; non avrei mai pre­vi­sto che quat­tro anni dopo lo sco­la­ro all’esame del Tri­bu­na­le Spe­cia­le avreb­be bat­tu­to di tan­to il pro­fes­so­re, lui ven­ti­cin­que e que­sti sola­men­te cin­que.

Augu­sto Mon­ti, I miei con­ti con la scuo­la, D’Azeglio – scuo­la di resi­sten­za

LA VITA

Vit­to­rio Foa è nato a Tori­no il 18 set­tem­bre 1910. Dopo esse­re sta­to depu­ta­to alla Costi­tuen­te per il Par­ti­to d’Azione, ha lavo­ra­to a lun­go nel movi­men­to sin­da­ca­le del­la CGIL ed è sta­to par­la­men­ta­re socia­li­sta per più legi­sla­tu­re. Dal 1987 al 1992 è sta­to sena­to­re per il grup­po PDS, non­ché mem­bro del­la 11^ Com­mis­sio­ne per­ma­nen­te (Lavo­ro, Pre­vi­den­za socia­le).
Pur aven­do lascia­to Tori­no da gio­va­ne, Foa ha man­te­nu­to sem­pre for­te la sua appar­te­nen­za a que­sta cit­tà e alla sua cul­tu­ra. Nel 1998 gli è sta­ta per que­sto con­fe­ri­ta la cit­ta­di­nan­za ono­ra­ria.

LA SUA ESPE­RIEN­ZA AL LICEO CLAS­SI­CO “M. D’AZEGLIO”

Nel suo libro Il Caval­lo e la Tor­re (Einau­di, 1991) Foa ricor­da il perio­do tra­scor­so al liceo “D’Azeglio” con que­ste paro­le: “A 15 anni ero al “D’Azeglio”, attor­no al qua­le si era crea­ta una spe­cie di leg­gen­da anti­fa­sci­sta. Quel liceo era una buo­na scuo­la per la futu­ra clas­se diri­gen­te bor­ghe­se. I suoi docen­ti era­no per­so­ne serie che non si lascia­va­no con­di­zio­na­re dal­la con­tin­gen­za poli­ti­ca. Il più noto dei nostri inse­gnan­ti, Augu­sto Mon­ti, era un sin­ce­ro anti­fa­sci­sta e fu poi con­dan­na­to con me dal tri­bu­na­le spe­cia­le nel 1936; non par­lò mai di “liber­tà” ma leg­ge­va Dan­te, Boc­cac­cio e Ario­sto in modo da far­ci capi­re che l’arte è un valo­re che non può esse­re con­ta­mi­na­to dal­le con­tin­gen­ze eco­no­mi­che o poli­ti­che. In sostan­za l’insegnamento non era con­tro il fasci­smo, era oltre il fasci­smo. (…) Il “D’Azeglio”, la cosid­det­ta cul­la dell’antifascismo tori­ne­se, che in real­tà era uno stru­men­to for­ma­ti­vo che tra­scen­de­va le con­tin­gen­ze poli­ti­che e quin­di anche la con­tin­gen­za del fasci­smo, era quin­di anti­fa­sci­sta solo in quan­to vede­va il fasci­smo come una con­tin­gen­za. (…) Mon­ti era l’insegnante respon­sa­bi­le del­la biblio­te­ca dell’istituto; suo aiu­tan­te era Leo­ne Ginz­burg. Lo conob­bi lì (e ne nac­que una for­tis­si­ma ami­ci­zia, che li vide mol­to uni­ti anche nel­la lot­ta poli­ti­ca anti­fa­sci­sta nel­la Tori­no degli anni tren­ta, fino alla tra­gi­ca mor­te di Leo­ne nel 1944, n.d.r.) (…) Ma il liceo mi coin­vol­se poli­ti­ca­men­te su un per­cor­so diver­so dall’insegnamento. Mio vici­no di ban­co era Gian­car­lo Pajet­ta (…) la sua pro­pa­gan­da rivo­lu­zio­na­ria non mi coin­vol­ge­va, il suo esem­pio mora­le sì. Quan­do poi egli fu pri­ma sospe­so e poi espul­so da tut­te le scuo­le del Regno, e poco dopo anche impri­gio­na­to per la sua atti­vi­tà comu­ni­sta, io entrai in una cri­si seria. Pajet­ta era mio ami­co, gli vole­vo bene e lo ammi­ra­vo. La sola for­ma di soli­da­rie­tà sareb­be sta­ta quel­la di fare come lui, ma non me la sen­ti­vo. Non ave­vo la sua fede poli­ti­ca, non ave­vo, come lui, un’organizzazione e una fami­glia mili­tan­te alle spal­le. Ma que­sti era­no in fon­do dei pre­te­sti: la veri­tà è che non me la sen­ti­vo. E per parec­chio tem­po, per cir­ca cin­que anni, non riu­scii più a capi­re che ani­ma­le ero. La mia pas­sio­ne poli­ti­ca era bru­cian­te, ma non riu­sci­vo a dar­le uno sboc­co. Da que­sta con­di­zio­ne uscii solo quan­do adot­tai la cospi­ra­zio­ne nel movi­men­to di Giu­sti­zia e Liber­tà (intor­no ai vent’anni, n.d.r.).” Foa aggiun­ge poi: “A sedi­ci anni chiu­si col liceo che mi era diven­ta­to insop­por­ta­bi­le e andai a lavo­ra­re in una ban­ca. Anda­vo incon­tro al soli­to desi­de­rio di mio padre, e al tem­po stes­so pen­sa­vo che un ambien­te com­ple­ta­men­te nuo­vo e la costri­zio­ne del lavo­ro mi avreb­be­ro resti­tui­to l’equilibrio.”

LA VITA POLI­TI­CA

La vici­nan­za di Gian­car­lo Pajet­ta, gli inse­gna­men­ti di Augu­sto Mon­ti, Zino Zini, Artu­ro Segre e l’influenza di Anto­nio Gram­sci tra­mi­te le let­tu­re, indi­riz­za­no Foa, fin dal­la pri­ma ado­le­scen­za, alla poli­ti­ca. Lui si rac­con­ta così: “Sono arri­va­to alla poli­ti­ca, nell’adolescenza e nel­la pri­ma gio­vi­nez­za, per una stra­da stret­ta. Fu quel­la dell’opposizione al fasci­smo: tut­ti i gran­di temi del­la vita col­let­ti­va si sono dimen­sio­na­ti su quel solo obiet­ti­vo. (…) I fasci­sti allo­ra sta­va­no distrug­gen­do la demo­cra­zia par­la­men­ta­re, sola for­ma poli­ti­ca accet­ta­bi­le ai miei occhi, sola espres­sio­ne del­la ragion poli­ti­ca, del­la veri­tà. (…) Che quel­la stra­da fos­se stret­ta – con­ti­nua Foa – l’ho pen­sa­to solo dopo mol­tis­si­mi anni, quan­do ero già avan­ti nell’età adul­ta. Ma non ho mai pen­sa­to che fos­se una stra­da pove­ra o sba­glia­ta: era stret­ta e disa­ge­vo­le, ma pro­prio per­ché disa­ge­vo­le era cari­ca di pas­sio­ne.”
Foa, ade­ren­te al movi­men­to clan­de­sti­no Giu­sti­zia e Liber­tà, vie­ne arre­sta­to nel 1935 e rima­ne in car­ce­re a Roma per otto anni, fino al 1943.
La pri­va­zio­ne del­la liber­tà ven­ne vis­su­ta da Vit­to­rio Foa con la for­za del­la coe­ren­za del­le pro­prie idee e dei pro­pri valo­ri. Sono anni che lo por­ta­no a stu­dia­re, a riflet­te­re e ad ana­liz­za­re, non ras­se­gnan­do­si mai, pur minac­cia­to dal­la lun­ga per­ma­nen­za in car­ce­re, ad un impo­ve­ri­men­to del­la men­te, per cer­ca­re, come sem­pre, di capi­re per poi par­te­ci­pa­re. “Arri­va­to al ter­mi­ne di una lun­ga espe­rien­za di gale­ra non ritro­vo in me quel­la gio­ia smo­da­ta che l’immaginazione pre­sa­gi­va, ma solo un sen­so di respon­sa­bi­li­tà”, scri­ve Foa ricor­dan­do que­gli anni.

Nel 1949, Vit­to­rio Foa entra nel­la CGIL di Di Vit­to­rio a diri­ge­re l’ufficio eco­no­mi­co, sce­glien­do una stra­da che lo vedrà pro­ta­go­ni­sta del­la sto­ria sin­da­ca­le del dopo­guer­ra e lo ren­de­rà, duran­te gli anni del boom, del­la rico­stru­zio­ne indu­stria­le e del ’68, uno dei diri­gen­ti sin­da­ca­li più ama­ti e più popo­la­ri, pun­to di con­tat­to tra il mon­do intel­let­tua­le e il movi­men­to ope­ra­io. Diri­gen­te sin­da­ca­le e depu­ta­to tori­ne­se dal ’53 al ’68, Foa trae dal rap­por­to diret­to con il movi­men­to ope­ra­io tori­ne­se il valo­re dell’azione col­let­ti­va come moto­re di tra­sfor­ma­zio­ne del pae­se, coniu­gan­do tale ispi­ra­zio­ne con i temi del­la liber­tà e dell’autonomia. “Il com­pi­to del sin­da­ca­li­sta non era di tra­smet­te­re ma di susci­ta­re ener­gie di pen­sie­ro e di azio­ne, di aiu­ta­re al gover­no di se stes­si per fini più alti e soli­da­li” scri­ve sem­pre ne Il Caval­lo e la Tor­re.

Più avan­ti negli anni, Foa ini­zia a scri­ve­re libri dove ricor­da le sue mol­te espe­rien­ze del pas­sa­to. Cer­ca nel­la sto­rio­gra­fia, e non più nell’ideologia, come ave­va fat­to nel pas­sa­to, gli stru­men­ti di com­pren­sio­ne del rea­le. Nel­la pre­fa­zio­ne di un suo libro, Per una Sto­ria del Movi­men­to ope­ra­io (Einau­di, 1978), scri­ve: “Lo sti­mo­lo a riflet­te­re, e poi anche a scri­ve­re, di sto­ria è nato dai pro­ble­mi pra­ti­ci affron­ta­ti nel­la mia vita di lavo­ro sin­da­ca­le e poli­ti­co. (…) È chia­ro che non mi sono rivol­to alla sto­ria per tro­va­re del­le rispo­ste alle doman­de del­la poli­ti­ca. Pur­trop­po la sto­ria non è in alcun modo una mae­stra di vita.”

Con­clu­den­do la sua auto­bio­gra­fia Il Caval­lo e la Tor­re, Foa riflet­te su tut­to ciò che ha visto e vis­su­to dicen­do: “Io non so fino a che pun­to la mia con­di­zio­ne per­so­na­le influen­za il mio giu­di­zio sul­la vita e sul mon­do. La mia è una vec­chia­ia sere­na (…) e non so se que­sto mio sta­to d’animo mi por­ti a vede­re il mon­do più bel­lo di quel­lo che esso è. Può dar­si. Io so che il mon­do non è bel­lo, so anche che io sto per­den­do le mie for­ze. Ma un vec­chio non deve scam­bia­re la sua debo­lez­za con la debo­lez­za del mon­do: se egli non è più capa­ce di spe­ra­re altri ne sono capa­ci. Cre­do che la nostal­gia, che è un sen­ti­men­to natu­ra­le del­la vec­chia­ia, non deve vol­ger­si solo al pas­sa­to. A me non dispia­ce che non ci sia più il pas­sa­to, mi dispia­ce di non vede­re il futu­ro, di cui sono curio­so.”

Ulti­mo aggior­na­men­to: 5 Mar­zo 2025

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